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Chiese medioevali
Testi rivisti e parzialmente aggiornati dall’autore; si rinvia al volume per le illustrazioni, tabelle e documenti, note cartografiche e bibliografiche (di quest’ultime si mantengono i riferimenti per una prossima ristrutturazione
Nella Diocesi dei Marsi le relazioni sulla religiosità descrivono situazioni di grande litigiosità e rilevano il mancato rispetto dei giorni festivi con l’insoddisfacente numero di quanti assolvono il precetto pasquale; di fronte ai turbamenti in atto nella società civile, si registra l’incapacità di tenere sotto controllo il cambiamento richiesto dalle popolazioni locali (29). 
L’organizzazione e il funzionamento del servizio per la cura delle anime di Villavallelonga venivano assicurati dalla parrocchia del luogo, che, fin dalle origini, aveva assunto il titolo della secolare chiesa di S. Nicola (30). La devozione per il vescovo di Mira si inserisce in quel vasto culto che, dopo il 1087, cominciò ad irradiarsi dal grande focolaio pugliese e certamente raggiunse anche i pastori di Villa, che in quei luoghi transumavano con greggi ed armenti, avendo così modo di venerare il Santo di Bari per la manna prodigiosa che si raccoglieva dal deposito ove nuotavano le sue ossa.
Nel 1670, a Villavallelonga, le responsabilità spirituali erano affidate a tre sacerdoti, di cui uno riceveva le funzioni di parroco ed era investito del beneficio di San Nicola per collazione, mentre gli altri due, che, per antichi statuti dovevano essere del luogo, ricevevano le funzioni di canonici concurati ed erano investiti dei rispettivi benefici intitolati ai due Canonicati (31). Accanto ai tre sacerdoti operavano un clerico in minoribus e un diacono selvaggio (servo addetto al servizio della Chiesa) (32).
Per la parrocchia di Trasacco, costituita da 79 famiglie rispetto alle 84 di Villa, si registrano ben sei sacerdoti, cinque clerici in minoribus e un diacono selvaggio.
  
L’esame sistematico dei libri parrocchiali permette di affermare che a Villavallelonga le vocazioni sacerdotali non sono mancate, ma non si è verificata la pletoricità delle categorie non sacerdotali, cioè di quella popolazione ecclesiastica che ha proliferato in molte parrocchie meridionali. Questi ecclesiastici, pur non andando oltre la tonsura o gli ordini minori, conservavano l’abito talare “propter utilitatem”, per usufruire di privilegi e immunità.
Una particolare importanza organizzativa era rivestita anche dalle confraternite (congreghe) che hanno contribuito alla gestione delle chiese, ma hanno strutturato a casta la vita religiosa del popolo. 
Nel Seicento sono attestate le confraternite laicali del SS. Sacramento e l’altra del SS. Rosario (33). La confraternita del SS. Rosario aveva nella Chiesa di S. Nicola un Altare con la statua della Madonna del Rosario ed era tenuta a far celebrare quattro uffici annui dopo la purificazione, l’annunciazione, l’assunzione e la natività di Maria. L’altra congrega del SS. Sacramento era tenuta a far celebrare tre uffici annui dopo l’ottava dell’Epifania, della Pasqua e della festività del Corpus Christi (34). 
  
In epoca successiva, accanto alle due più antiche confraternite, assume un posto di rilievo la congregazione di Maria SS. Addolorata, la cui fondazione è autorizzata dal decreto reale del 18 marzo 1833 che ne approva anche le regole (35). La fratellanza dell’Addolorata articolava l’organizzazione interna con la nomina del Priore, di un primo e di un secondo Assistente, del Cassiere, del Segretario e di due Revisori dei conti. Gli introiti provenivano dai pagamenti di coloro che portavano la statua di Maria nelle pubbliche processioni, dal grano che si ritraeva nelle aie e dalle elemosine che si ricevevano nella Chiesa. Per l’amministrazione delle rendite era prevista la revisione dei conti da parte di due fratelli a ciò autorizzati da una delle regole approvate (la ventiduesima), con questioni persino giudiziali (36). 
Questi luoghi pii esercitavano una grande influenza sui sacerdoti del tempo e si reggevano con l’esercizio del solo culto, con i servizi funebri e processionali, mentre gli scopi di beneficenza erano assai rari. Le congreghe erano organismi di facciata e, come tutte le cose umane, anch’esse si sono logorate, giacché la semplice credenza nei misteri della fede si trovava spesso associata a pratiche magiche e pagane (37).
  
Dopo aver rilevato i principali soggetti che hanno gestito la vita religiosa del popolo, è opportuno esaminare lo stato delle varie istituzioni ecclesiali e le condizioni dei diversi luoghi sacri, al fine di stabilire la natura del patronato e i gruppi familiari ai quali è stato conferito il relativo privilegio.
L’istituzione secolare, che ha dato la sede e il titolo alla parrocchia del luogo, è la Chiesa di S. Nicola, poi dedicata anche a S. Leucio e infine rasa al suolo dal terremoto del 1915 sulla sommità di Colle Quaresima. La Chiesa possedeva il beneficio di S. Nicola, che intorno al 1700 fruttava al parroco venti ducati all’anno di libera collazione della Daterìa (38). Nel 1753, i numerosi beni della parrocchia si trovano elencati nel catasto onciario (39).
Per effetto di tali benefici, l’Abate e i due Canonici dovevano osservare alcuni obblighi: erano tenuti a celebrare trenta messe annue, di cui una cantata il 7 novembre per Marc’Andrea Cocuzzi, come da legato del 31 ottobre 1704; altre sei messe annue per Costanza Botticelli de Tutiis di Balsorano, che nel 1661 aveva donato una terra in contrada Lanna; altre dodici messe annue per i beni lasciati da Antonio Ferrari; altre cinque annue per Domenicantonio Del Vecchio, a iniziare dal 1731; infine, altre 12 messe annue per la mola donata da Pietro Grande e per il capitale di censo lasciato da Paolo Grande (40). Sul luogo della monumentale esistenza sono stati ricondotti alla luce la gran parte degli indizi ed elementi architettonici che costituivano l’edificio.
  
Al fine di dare un significato più preciso e concreto ai luoghi intorno ai quali si è svolta la vita religiosa e civile degli abitanti di Villavalllonga, ci soffermiamo a porre le più rilevanti questioni architettoniche e a prospettare la ricostruzione dell’ambiente interno. 
Un primo punto di interesse riguarda i tempi di edificazione e l’effettiva consistenza delle strutture che, secondo una nostra interpretazione, sono state interessate da due interventi di ampliamento. L’ipotesi trova fondamento sul dislivello esistente nella navata delle donne, che pare divisa in due parti da un gradone di delimitazione. Il successivo intervento ha invece interessato la costruzione della navata degli uomini e ciò trova conferma anche nella diversa ubicazione dei luoghi sacri, come si dirà più avanti a proposito della Cappella di S. Carlo. Il nucleo antico ed originario della Chiesa doveva essere costituito dalla parte orientale della navata delle donne, caratterizzata dalle volte a crociera e dal campanile romanico, mentre un primo ampliamento avrebbe interessato la parte occidentale con la realizzazione dell’oratorio e della sacrestia antica. 
  
Infine, con il secondo ampliamento si è realizzata la navata degli uomini e la nuova sacrestia (41). Nella definitiva sistemazione architettonica, la Chiesa presentava una forma basilicale divisa in due navate, quella delle donne e quella degli uomini, una struttura che ai cristiani fa pensare alla navicella di S. Pietro. Le due navate erano divise fra loro per mezzo di tre colonne; ciascuna navata era composta di quattro arcate; le volte erano a crociera, a vela, a conca, a botte e poggiavano su archi gotici, a tutto sesto e a sesto ribassato. Il campanile di stile romanico aveva una base quadrata ed era addossato all’edificio; un breve porticato copriva sia il portale delle donne che la porta degli uomini, definendo il prospetto della Chiesa che guardava ad oriente sul punto dove convergono le due catene montuose della Vallelonga. Le finestre erano 26, di cui 8 più grandi (cm. 35 X 45) e 18 più piccole (cm. 30 X 25); un perfetto abbaino proprio sopra l’Altare Maggiore mandava luce dal tetto della navata minore, forse in memoria dell’apparizione dell’Arcangelo Gabriele (42). 
  
La ricostruzione dell’ambiente interno esige la ricognizione dei luoghi sacri collocati nella parrocchiale (43). Dalla parte della navata delle donne, subito dopo l’ingresso, si trovava sulla destra la Cappella di S. Monica, in legno lavorato e indorato, con in mezzo un quadro di S. Monica e di S. Agostino che ricongiungeva la grande vedova e l’illustre figlio.
La Cappella, frequentata in gran parte dalle vedove, era in un angolo semibuio ed aveva innanzi un Altare del quale però si diceva «ajje avetare i Santa Moneca nan se vede ma la Messa». La fondazione risale al 1630 e viene attribuita al parroco “Don Antonio Palozio”; il patronato fu in origine assegnato ai Coccia e, resosi vacante, il cappellano era tenuto a celebrare in quell’ altare venti messe all’anno (44). La tavola dei beni della Cappella di S. Monica si trova descritta nel catasto onciario del 1753 (45).
  
Percorrendo la navata delle donne, si trovava l’Altare dell’Assunta, appena superato il fonte battesimale, ed accanto si notava una pila sepolcrale che in origine doveva essere riservata ai Bianchi. Il luogo era frequentato dalle priole (bizzoche), che vivevano in condizioni di povertà e trascorrevano molte ore fuori di casa.
Davanti all’Altare delle Anime Sante c’erano due pile sepolcrali (la più grande per gli adulti e l’altra più piccola per i bambini o fanciulli al di sotto dei nove anni). 
Le spoglie mortali si esponevano per un’intera notte dinanzi all’Altare, in modo che le Anime Sante potessero accompagnare in cielo la nuova anima liberatasi dal corpo mortale. Tra questo Altare e il successivo del SS. Rosario, si ergeva il gradone che divideva in due parti la navata delle donne.
  
Poco più avanti era collocata la Cappella del SS. Rosario con Altare e balaustra. La Cappella era di legno dorato ed aveva in mezzo il quadro della Madonna miracolosa del Rosario. In un lampadario ardeva una lampada ad olio che l’Università (il Comune) era tenuta a fornire per mantenerla accesa in conformità al voto espresso durante il contagio propagatosi nel 1650 (46). Il patronato era dei Cocuzzi, essendo stata fondata da Giovanlorenzo Cocuzzi, il quale aveva prescritto agli eredi di farvi celebrare due messe al mese. I numerosi beni della Cappella sono descritti nel catasto onciario del 1753 (47). La devozione a questa Madonna aveva indotto alla fondazione della congrega del SS. Rosario, la cui origine è assai antica, al pari di quella del SS. Sacramento.
  
Più oltre si trovava la Cappella della Pietà, che aveva una porta e nicchia in legno con avanti la statua del SS. Rosario. Poi c’era la Cappella del Suffragio, di legno indorato e, infine, il Coro, nei pressi della Sacrestia, e l’Altare Maggiore, in posizione centrale. 
  
Dalla parte della navata degli uomini erano sistemati gli altari di S. Antonio, S. Nicola e S. Carlo. Dopo l’ingresso, si incontrava la Cappella di S. Antonio Abate, in legno lavorato e indorato, con tre nicchie, dove si conservavano la Madonna dell’Incoronata ed ai lati S. Leonardo e S. Antonio; dal 1651 vi si celebrava una messa al mese per legato fatto da Domenicantonio Palozzi. Subito dopo seguiva l’Altare di S. Nicola, al centro della navata e con ai fianchi la statua processionale.
Infine si trovava la Cappella di S. Carlo, in pietre lavorate e con l’altare, dove si conservava il quadro di S. Carlo e S. Caterina da Siena.
  
La posizione occupata dall’altare di S. Carlo ha una grande importanza per la formulazione dell’ipotesi di ampliamento della Chiesa. Dalla Tabella di Uffici e Messe, risulta che in origine l’altare si trovava in posizione attigua alla porta del campanile.
Su quel punto un 6 novembre, festa di S. Leonardo, si celebrava la Messa e, all’improvviso, era caduto un fulmine, attirato da una vicina graticcia in ferro, ed aveva colpito l’ostia tenuta nelle mani dal sacerdote. Il sacerdote era rimasto illeso e da quel giorno, per voto di popolo, la festa di S. Leonardo fu festa di precetto. Poiché la fondazione dell’altare di S. Carlo risale ai primi decenni del seicento e la riferita prima tabella è del primo decennio dell’ottocento, l’epoca dei lavori di ampliamento potrebbe essere collocata in tale periodo (48).
Il privilegio patronale fu in origine concesso a Pomponio Tantalo e, nel 1624, fu trasferito ai Ferrari, in seguito al matrimonio dell’amanuense Nicola Ferrari con Domenica, unica erede di Pomponio. Il beneficio rurale della Cappella fu assegnato al clerico Don Torquato Gaviglia, che dal 1658 sostituisce Don Francesco Ferrari, defunto nel settembre del 1657 in seguito al contagio contratto fuori Roma. Il cappellano era tenuto a celebrarvi due messe alla settimana, il lunedì “pro defunctis” e il sabato alla B. Vergine (49). Il beneficio si trova descritto nel catasto onciario del 1753 (50) ed il patronato è poi passato dai Ferrari ai Grandi (Grande). 
  
Proseguendo l’esame delle istituzioni ecclesiali, debbono essere rilevate le chiese edificate fuori dalle mura che hanno delimitato il nucleo dell’abitato originario.
Un edificio di chiaro stile benedettino si trova ad oriente ed è intitolato alla Madonna delle Grazie (51). 
In origine la Chiesa doveva essere consacrata all’Apostolo S. Bartolomeo, antico protettore di Villavallelonga (52). La variazione del titolo dovrebbe essere collegata al trasferimento della sua giurisdizione dal Monastero di Montecassino alla S. Sede. La prima edificazione ha interessato la realizzazione dell’abside, a pianta semicircolare, e la parte della Chiesa che dall’abside giunge fino alla porta degli uomini. 
In epoca successiva si è avuto l’ampliamento fino alle attuali dimensioni e l’erezione del campanile a base quadrata, addossato all’edificio. La diversità dei materiali impiegati nei lavori e la loro vetustà costituiscono il motivo più valido su cui trova fondamento lo sviluppo edilizio che si è precisato. In via ipotetica, l’ampliamento della Chiesa potrebbe essere avvenuto nel XVI secolo; infatti, in tale periodo sono stati eseguiti gli affreschi che hanno trovato collocazione tra la porta degli uomini e l’attuale porta delle donne. Il tempio benedettino è stato utilizzato anche come sepolcro; sotto il SS. Romito vi è una stanza con porte serrate che ha fatto da cimitero e sotto il pavimento vi sono due pile sepolcrali che sono state utilizzate nel 1656-57, in occasione del flagello pestilenziale (53). L’interno aveva la pavimentazione in mattoni quadrati, posati a spina di pesce, come è nello stile benedettino; era arricchito da preziosi affreschi e da arredi sacri di grande valore artistico (54). 
  
La descrizione delle due cappelle, ubicate nella Chiesa, viene ricavata dal documenti del XVIII secolo (55) . La Cappella centrale con l’Altare dedicato alla Madonna delle Grazie aveva ai lati le statue di S. Giovanni Battista e di S. Rocco; era delimitata da una balaustra e sulla volta si ammirava la raffigurazione di un profondo cielo nel quale si vibrava l’Eterno con i quattro Evangelisti. 
L’altra Cappella, dedicata a S. Bartolomeo, aveva una nicchia con la raffigurazione della SS. Trinità in atto di incoronare la SS. Vergine ed innanzi un Altare era intitolato al Santo. Nel luogo si conservava la statua quattrocentesca di S. Bartolomeo, una preziosa opera d’arte che segna l’inizio del secolo d’oro per la statuaria abruzzese (56). Il capolavoro, realizzato in terracotta, fissa l’immagine del Santo a mezzo busto con un coltello nella mano destra in atto di vibrare un colpo (57). La figurazione dell’architrave della porta degli uomini richiama all’attenzione una pietra che si trova inserita in un muro di contenimento nel centro storico, sulla rampa che congiunge via Coia con via Campo dei Fiori. 
  
Sulla pietra si rinviene un’iscrizione del 1571 che contiene il nome di due procuratori e cita un versetto del Vangelo: « COLA GROSO ET [SA]BBATINO PRECURATOR. DOMUS MEA DOMUS ORATIONIS VOCABITUR. 1571 ». Nicola e Sabbatino sono i due procuratori, mentre il versetto dice « La mia casa sarà chiamata la casa della preghiera » (58). Il ritrovamento presso la chiesa parrocchiale di S. Nicola ha fatto supporre che potesse costituire l’architrave di una porta della chiesa o di una cappella interna. L’iscrizione presenta nel mezzo un piccolo stemma a campo diviso con la raffigurazione di una stella e di una lunetta; questo stemma è analogo a quello che si osserva sull’architrave della porta degli uomini della Madonna delle Grazie. La lunetta dovrebbe richiamare lo stemma dei signori del luogo che in quel tempo (1571) erano i Piccolomini, i quali hanno avuto l’arma con cinque lunette montanti, mentre il fiore potrebbe rappresentare un giglio (forse quello dei Borboni).
  
Oltre la chiesa della Madonna delle Grazie, a una trentina di passi dall’abside, si trova una graziosa chiesolina che è inserita in mezzo ad altre strutture edilizie. 
Il piccolo edificio, di patronato laico, è dedicato a S. Sebastiano martire, il quale preserva e guarisce dalla peste, come S. Rocco. 
All’interno si ergeva un Altare che risultava incorniciato da un affresco con la raffigurazione della Vergine e ai lati S. Fabiano e S. Sebastiano; in cima vi era segnato il millesimo 1616 che potrebbe indicare l’anno della fondazione (59). Il privilegio patronale era dei Coccia, ai quali poi si è aggiunta la devozione dei Grande.
Ad oriente, in mezzo ai monti, dopo cinque chilometri, si trova il Santuario della Madonna della Lanna, così denominata per essere apparsa nel luogo dove è stata edificata la sua chiesa ed esattamente sopra una vegetazione chiamata Lanna (acer pseudo-platanus), che dà anche il nome alla contrada circostante. Nell’interno, un Altare è incorniciato da una pittura che raffigura la Vergine, con Gesù Bambino in braccio, mentre viene incoronata da due Angeli al cospetto di S. Carlo e S. Sebastiano (60).
All’opposto, su un piccolo colle in posizione occidentale e pittoresca, a poche centinaia di metri dal paese, si trova la Chiesa di S. Leucio, la cui descrizione si può leggere nel paragrafo sul Patrono S. Leucio.
 

Tratto dal libro "Storia di Villavallelongadel prof. Leucio Palozzi
 

 
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