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Testimonianze di vita locale
Testi rivisti e parzialmente aggiornati dall’autore; si rinvia al volume per le illustrazioni, tabelle e documenti, note cartografiche e bibliografiche (di quest’ultime si mantengono i riferimenti per una prossima ristrutturazione
Le registrazioni dei parroci e gli atti notarili sono documenti assai preziosi per la conoscenza della storia locale e, adeguatamente indagati, sono utili per lo studio dei problemi della popolazione, al punto da costituire una delle più importanti fonti archivistiche minori. 
  
Un atto notarile di Villa Collelongo, del 1585, ha la forza di aprire una finestra sui problemi di quell’epoca nel Regno di Napoli. Fin dal 1559 è in atto la dominazione spagnola, che risulta caratterizzata da effetti di decadimento economico e di regresso demografico. Il problema più gravoso era allora rappresentato dalla scarsità del pane che veniva a mancare a seguito di rilevanti spedizioni in Spagna con navi cariche di grano del napoletano; la situazione assumeva toni drammatici nelle annate di siccità, quando nelle province del Regno si emanavano i bandi del viceré per la requisizione del frumento. Davanti ad un notaio, entro l’8 ottobre, il raccolto doveva essere rivelato da ogni contadino. La regolamentazione era contornata di divieti che non favorivano l’incremento della produzione e, fatalmente, si giunse alle tragiche giornate del maggio 1585, quando scoppiò a Napoli una sommossa popolare, causata dalla penuria di pane e culminata nell’assassinio dell’eletto del popolo Vincenzo Storace (80) . 
In quella occasione, la fame fu certo una cattiva consigliera e il rappresentante del popolo, già infermo, venne mutilato, terribilmente strapazzato e strascinato, con le carni orrendamente fissate sulle punte dei bastoni. L’accusa, favorita da alcuni speculatori, fu di aver egli ceduto alle pressanti richieste di Filippo II per l’invio delle riserve di grano in Spagna, durante un anno di grande carestia. Le conseguenze della rivolta non furono meno atroci e punitive; dal 24 luglio all’11 ottobre furono eseguite trenta condanne a morte per «impiccamento, squartamento e strascinamento» e furono decretate altre pene con il taglio delle mani ed a colpi di frusta; con diciotto galere a vita. Alla grave tensione, diffusasi nel Regno, fecero seguito rigorosi accertamenti dei commissari vicereali per la requisizione del raccolto stagionale.
  
In uno degli accertamenti in loco, ai quali non si poteva sfuggire, perché i trasgressori del bando sulla denunzia del grano venivano puniti con la multa di un carlino per ogni tomolo non rivelato e con la pena anche corporale, si effettuò la requisizione di tutto il frumento raccolto nel territorio di Villa Collelongo. 
Il 15 settembre del 1585 presso la Casa dell’Università, per sua cautela, venne scritto un pubblico atto con la indicazione dei 57 possessori del luogo e la precisazione delle rispettive quantità rivelate (81). 
Dal documento notarile si ricava la produzione complessiva di 771 some pari a 1.017 quintali di grano con una media per ciascuna rivela di circa 18 quintali; tali dati fanno ritenere assai diffuso in quell’epoca questo genere di coltivazione e soprattutto pongono in evidenza l’intensa coltivazione a frumento di tutto il territorio. Le numerose “cese” attestate dalla toponomastica locale indicano i luoghi disboscati per fini agricoli, come i terrazzamenti che ancora si rinvengono sul versante delle montagne (Scalelle e Case dell’Abate) e così anche i terreni vallivi che si trovano sulle cimate dei monti (Campo di grano già Monte Pano, Punta Ara dei Merli, Ara di Anselmo, ecc.).
  
Lo stato economico e sociale del tempo non si limitò a originare i fatti ed episodi che si sono riferiti, ma svilupparono anche fenomeni banditeschi che posero in primo piano le montagne di questo territorio.
Nell’ultimo decennio del XVI secolo, l’abruzzese Marco Sciarra, formidabile condottiero di 600 ladroni, si rifugiò nei fitti boschi di Collelongo e Villa Collelongo, stabilendovi i suoi nascondigli e facendosi chiamare “il re della campagna”, in concorrenza e sfida con la Casa Reale a cui era più agevole il controllo delle città.
Nel 1590, in una delle tante scorrerie, la sua banda aveva saccheggiato Villa Collelongo (82). A Trasacco fu persino scolpita una lapide, a memoria del 25 aprile 1592, quando lo Sciarra discese con la sua banda dal Monte Labrone nell’intento di entrare in paese e farvi preda, ma la valorosa resistenza indusse i banditi alla fuga e numerosi corpi rimasti sul terreno furono murati in una parete della piazza con manifestazioni di ringraziamento per San Cesidio, protettore del centro fucense. Il capobanda, salvatosi in tale circostanza, fu in seguito ucciso da un certo Battistello, suo compagno di molte scorrerie.
  
Con la fine del XVI secolo, come tutte le parrocchie, anche quella di Villa Collelongo iniziò le prime registrazioni dei battesimi e dei matrimoni, a cui poi si aggiunsero gli atti di morte che sono fonti archivistiche importanti per la storia locale (83). 
Tali documentazioni, anche se hanno avuto finalità religiose e sono state indispensabili al magistero pastorale, rivelano tuttavia notizie genealogiche e segnalano situazioni di grande interesse sociale e demografico. Al Concilio di Trento, tenutosi nel 1563, va ascritto il merito di aver dato un primo autorevole ordinamento alla materia e di aver posto l’obbligo delle registrazioni. Gli adempimenti furono osteggiati dal parroci, ma, dopo qualche tempo, divennero un fatto di normale amministrazione, al punto da indurli a compilare anche gli stati delle anime che sono veri e propri censimenti della popolazione.
  
Un attento esame di queste fonti consente di assumere alcune conoscenze di particolare rilevanza. Il primo rilievo si può condurre osservando la variazione della denominazione che da “Villacollislonge”, in corso fin dal primi atti registrati, si trasforma in “Villavallylonge” nel corso del XVIII secolo. 
I documenti però non consentono di rilevare una datazione precisa della detta variazione, né di ritrovarla sistematicamente in tutti i libri parrocchiali (84), anche perché l’indicazione del luogo venne spesso abbreviata in “Villa o La Villa” sia nel periodo in cui era vigente la denominazione di Villa Collelongo, sia nel tempo in cui sopravvenne la nuova designazione di Villavallelonga. Infatti, il nome per esteso si adottava negli atti ufficiali o pubblici, al contrario, nell’uso locale prevaleva il solo prefisso “Villa”, peraltro contenuto in entrambe le denominazioni e negli ultimi tempi ha identificato il solo nucleo originario, cioè il luogo circostante la secolare chiesa di S. Nicola, sulla sommità di Colle Quaresima.
Un’altra conoscenza, che può essere acquisita tramite i manoscritti parrocchiali, concerne il processo formativo del senso della morte ed i condizionamenti delle sue espressioni nel corso dei secoli. Le numerose tombe, ritrovate nei campi, risalgono all’età antica e romana, ma, con il diffondersi del cristianesimo e con la fondazione delle chiese, si adottò l’uso, appunto cristiano, di conservare le spoglie mortali nei sotterranei dei luoghi sacri. L’anzidetta evoluzione si è verificata con il formarsi della credenza in un regno ultraterreno; così l’anima, giudicata dopo la morte, poteva scomputare i propri peccati ed in ciò era importante che fosse aiutata con azioni ed opere da chi restava sulla terra. 
  
Le documentazioni di quest’uso, si rinvengono dal 1634, data iniziale del primo libro dei morti che ci è pervenuto, anche se, ovviamente, era seguito anche in tempi anteriori. A tale scopo le chiese venivano appositamente costruite con le cosiddette “pile”, cioè camere sotterranee chiuse, destinate alla conservazione dei corpi. Il legame fra i vivi e i morti era assai forte ed ogni giorno si nutriva di quella presenza sotto il pavimento della chiesa che faceva da tramite nel rapporto fra le cose terrene ed il mondo ultraterreno. Il vigore di queste espressioni è cessato il 3 gennaio 1873, quando sono iniziate le sepolture nel primo cimitero di Villavallelonga (85). 
  
In tutto il periodo che va dal 1634 al 1873, la conservazione dei morti è avvenuta nelle pile della chiesa parrocchiale di S. Nicola, mentre una deroga assai significativa si è verificata nel 1656 in relazione alla peste che colpì le province napoletane. L’ultima pagina del “liber defunctorum” (1634-1656) è al riguardo una testimonianza veramente preziosa, perché attesta l’inizio della peste a Villa Collelongo e la variazione del luogo di sepoltura, dalle pile della parrocchiale di S. Nicola a quelle della chiesa della Madonna delle Grazie.
La prima persona colpita dal morbo fu “Zinella Gio:Antonio” che il 18 luglio del 1656, da solo, si gettò nella pila di quest’ultima chiesa; mentre il secondo appestato fu una donna, tale Francesca, moglie di Nardo Tantalo, la quale, il 28 luglio, dovette frapporre qualche resistenza ad accettare la chiesa della Madonna delle Grazie come luogo di sepoltura, in quanto da sola aveva voluto gettarsi nella pila della chiesa parrocchiale di S. Nicola, dove anche l’avevano preceduta i suoi antenati.
Purtroppo mancano le attestazioni successive, ma l’esempio di Zinella Gio:Antonio fu seguito dagli altri appestati, i quali non appena erano colpiti dall’infezione, si recavano fuori dalle mura, presso la Madonna delle Grazie, e da soli si gettavano nelle pile (86). Quanti, invece, non trovavano le forze necessarie per sospingersi nella fossa e rimanevano esanimi ai margini dell’apertura, lasciavano il triste compito ai nuovi appestati che si avvicinavano in attesa del fatale destino. 
  
Da un significativo documento, contenuto nella Storia dei Bianchi, si legge la tabella delle reliquie conservate nella parrocchiale di Villavallelonga ed a margine si segnala un «Purificatorio con lacrime di Sangue raccolto dal Rev. Abbate Antonio Palozzo», che era il parroco di Villa, e si riferisce che la Madonna del SS. Rosario «lacrimò Sangue per placare il Castigo e l’Ira di Dio per il Contagio, quale fu nel 1656, principiando alla fine di luglio e durò per li quindici di settembre»; si aggiunge, poi, che il Purificatorio fu prelevato da Mons. Corradini, in occasione di una sua visita, per arricchire di tale reliquia la sua chiesa natale di Fabriano (87).
Anche nella tabella di Uffici e Messe, più volte annotata, risulta che l’Università di Villa « pel voto fatto nel contagio » era tenuta a comprare l’olio alla lampada del SS. Rosario, ma in tale documento è attestato l’anno 1650, anziché il 1656 (con la trascrizione il 6 potrebbe essere stato materialmente trasformato nello 0). Il contagio proveniva da Napoli ed in breve si sparse per le terre; dal sud, probabilmente da Capua, fu introdotto anche a Villa Collelongo, dove si diffuse il 18 luglio del 1656 (88). 
  
Al termine del periodo pestilenziale la popolazione risultò dimezzata e un utile confronto può essere condotto nell’intera Vallelonga, sulla base delle numerazioni dei fuochi o delle famiglie che si contarono prima e dopo la peste. Da questi dati risulta che nel 1648 Villa Collelongo aveva fatto registrare 140 fuochi (famiglie), mentre la successiva del 1658, pubblicata nel 1669, ne segnava appena 84. Dunque, la peste aveva estinto ben 56 nuclei familiari e le sopravvissute 84 famiglie presentavano una riduzione nel numero dei componenti. A seguito degli eventi luttuosi il viceré D. Garzia ordinò «che tutte le Comunità del Reame ch’erano state tocche dalla pestilenza, non dovessero molestarsi al pagamento di quanto andavano debitrici per cagion de’ fiscali per tutto aprile del 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuito la quarta parte meno di quel che stavano tassate nell’antica numerazione del regno» (89). 
  
Per evitare sorprese fiscali, la comunità di Villa Collelongo, al pari di altre Università, stipulò un pubblico atto il 2 giugno 1658, al fine di costituirsi un titolo di cautela sulla numerazione delle famiglie, come anche suggeriva una prammatica dello stesso anno (90).
Dall’atto risulta che tutti i massari e i deputati sopravvissuti prestarono giuramento delle perdite subite ritrovandosi nella Casa dell’Università entro le mura della Villa. Dopo la peste fu adottata ogni precauzione e il pavimento della Madonna delle Grazie fu ricoperto da uno strato di rena per evitare che dalle fosse sepolcrali degli appestati si diffondesse una nuova infezione: questo elemento materiale, frapposto a quella possibile fonte di infezione, ha costituito il tramite per la tradizione orale del periodo pestilenziale (91).
  
Dopo aver sottolineato i fatti più significativi della comunità di Villa Collelongo, a testimonianza delle vicende più generali si registrarono “fatti minori” che hanno colpito singole persone e possono essere segnalati per categorie, secondo il tipo e la natura degli eventi, come si desumono dai libri defunctorum.
Una prima segnalazione riguarda il destino di moltissimi bambini che spesso fu veramente infelice. Nel 1787 Pasquale De Vecchio, di anni sette, e la sorella Lucia, di sei, in seguito ai morsi di un cane idrofobo presso il largo della Crocicchia, non riuscirono a sopravvivere. 
Il parroco ne descrive la sorte con parole commoventi:
« Il detto figliolo fu morsicato da un cane arrabbiato insieme con la defunta sorella Lucia nel luogo detto La Crocicchia e morirono rabiosi; stavano uniti detti figlioli sotto del cane come martiri, e Ignazio di Bartolomeo non poté ammazzarlo con la scoppetta, ma per quanto poté farlo con la canna per distaccarlo dalli figlioli, finalmente lo separò, tirando la scoppettata non pigliò fuoco e passando Cristofano di Gio:Curzio Bianchi fu avvisato e lo ammazzò con una scoppettata. Quali furono i patimenti della morte non si numerano, quali i gesti di rabbia nemmeno. Fu posto a cavallo per portarlo a S. Domenico di Cucullo, morì a forca Trivella, vedute le montagne di Cucullo e lago di Fucino. D. Francesco Cocuzio Abbate Curato».
La vaccinazione antirabbica, scoperta da Pasteur nel secolo successivo, non poté ovviamente essere praticata, e così in quel tempo si ricorse al tentativo di salvare il maschietto, ancora in vita, portandolo a S. Domenico di Cocullo che protegge dal morso delle serpi e anche dall’idrofobia. Il trapasso, avvenuto durante il viaggio, lo rese vano e assai triste dovette essere il ritorno a Villa con il corpo esanime del piccolo Pasquale poggiato sulla groppa del cavallo. 
  
Una morte diversa, ma un destino tristemente analogo, fu riservato ai moltissimi bambini colpiti dalla difterite, dalla meningite, dall’angina, dal morbillo, e da altre negative influenze come la carestia o la necessità per le madri, durante il periodo di gestazione o del puerperio, di far fronte al lavoro nei campi e nel bosco (92).
Un particolare interesse rivestono anche i decessi per violenze varie perché testimoniano nel tempo i problemi individuali che hanno certamente segnato la vita dell’intera comunità. Nel 1647 Carlo Lippa fu colpito a morte con sette ferite; nel 1780 Nicola Gizzi fu bruciato per evitare pericoli; nel 1791 Leucio Bianchi fu ucciso a coltellate da Gio: Maria De Vecchio e spirò davanti al canonico Palozzi, che lo assolse “sub conditione”; nel 1799 Liberatora Bianchi restò uccisa «da una scoppettata e perché la Corte dovette far l’ufficio suo e perciò si trova la varietà dei giorni», dovendo cioè «gli inquirenti» di allora assumere elementi utili dal corpo della vittima, se ne dispose la sepoltura al termine dell’ indagine (alcuni giorni dopo la morte); nel 1800 Tommaso Gizzi, milite volontario di anni 27, ebbe sorte altrettanto misteriosa, «nocte precedenti ex ictu scoppettatis in loco dicto Capuscrocis propre domum Leucii Di Cesare fuit mors tam tacita»; infine, nel 1802, Nicola Padovano Bianchi restò ucciso «da moltitudine in occasione della festa di S. Leucio il 2 settembre» (93). 
  
Una menzione spetta anche alle fatali disgrazie o agli inevitabili incidenti che si sono verificati: nel 1787, Nicola Di Vecchio, mentre era sopra un cerro per battere la ghianda, cadde e mori; nel 1795, Domenico Bianchi ebbe la stessa sorte, trovandosi sopra una pianta di noce; nel 1803, Paolina Ferrari, dopo aver mangiato delle erbe, morì avvelenata (94) . Diversa fu la disgrazia del maestro Domenico Cesta di Collelongo, il quale doveva essere solito dar fastidio a qualche bella fanciulla di Villavallelonga, ma nel 1748 fu «vulnerato a tribus suis inimicis in aedibus Laureti De Bartolomeo, Villae Collislongi» (95). 
  
Nei documenti parrocchiali è anche possibile rinvenire la precisazione dei soprannomi che sono stati adottati come personale qualificazione tipologica, ma spesso il soprannome trascende la singola persona e si assimila con il gruppo familiare (la razza), investendo tutta la gamma genealogica. Nelle precorse generazioni il cognome ed il nome di battesimo procuravano ricorrenti omonimìe, a causa dell’uso diffuso del patronimico; così è parso necessario procedere alla identificazione di una data persona, evitando confusioni ed errori. 
L’uso del soprannome ha perciò soddisfatto l’esigenza pratica di semplificare i rapporti umani, presentando l’individuo in una sua sfumatura e in una sua irripetibile particolarità. I soprannomi originari seguono poi alcune trasformazioni nelle forme diminutive, accrescitive o peggiorative, quando sono trasferiti ai figli dei rispettivi titolari. 
Nell’indicazione esemplificativa adottiamo sempre il criterio documentale e rileviamo: nel 1791, Bianchi Giuseppe detto “Carnevale”, Coccia Antonio detto “La pilota”, Bianchi Francesco detto “Scorza”; nel 1795, Bianchi Francesco detto “Policella”; nel 1797, Tantalo Giovanni Maria detto “Scoponitte”, Tantalo Leucio detto “Sciacquitte”; nel 1801 Cocuzzi Francesco detto “Poca Pazienza”; nel 1803, Giustino di Gio:Curzio detto “Fucilere”; nel 1830, Di Giancursio Francesco detto “Pellotte” (96).
  
Una segnalazione significativa è anche quella relativa ai soggetti che, al termine della loro esistenza, ricevono una particolare indicazione relativa allo svolgimento di una specifica funzione o all’attribuzione di compiti e ruoli non comuni. 
In tale gruppo sono attestati i seguenti: nel 1648, Domenica Natalia, levatrice; nel 1770, De Blanco Cesario, dottore fisico; nel 1775, Serafini Nicola, dottore fisico; nel 1789, Ferrario Leucio, Sindaco; nel 1796, Ferrari Loreta, Priora di Maria SS. Addolorata, e Tantalo Flavio, incaricato dell’Erario dal Duca Cesare Pignatelli, signore della terra di Villavallelonga; nel 1797, Corona Giuseppe, Sacrista della Congrega dell’Addolorata, e Gizzi Rocco, Eremita della Madonna delle Grazie e di S. Leucio; nel 1828, Lippa Modesto, medico in Trasacco, ma nativo di Villavallelonga.
  
Un analogo rilievo viene conferito ai soggetti coinvolti nella organizzazione ecclesiastica e, così, possiamo ritrovare la registrazione di morte relativa ai sacerdoti, ai canonici e ai chierici della parrocchiale.
Fra i sacerdoti e i canonici troviamo segnati: ne1 1649, sac. Blanco D. Antimo; nel 1654, Blanco D. Eleuterio; nel 1773, sac. e can. Lippa D. Medoro; nel 1783, sac. e can. Bianchi D. Nicodemo; nel 1784, abate parroco De Medicis D. Francesco; nel 1787, sac. Mastrella D. Giuseppe; nel 1796, sac. e can. Coccia D. Michele Arcangelo; nel 1803, abate parroco Cocuzio D. Francesco; nel 1805, sac. e can. Palozzi D. Giuseppe (97). 
Fra i chierici, che in quei tempi erano particolarmente numerosi, perché godevano di varie agevolazioni fiscali, troviamo segnati i seguenti: nel 1738, ch. e dottore fisico Blanco Nunziante; nel 1745, ch. Cocuzzi Daniele (98).
Restano da rilevare gli autori dei manoscritti parrocchiali e cioè i parroci che di quella compilazione sono stati i responsabili.
La successione cronologica è la seguente: D. Alfonso “Palozzo” dal 1593 al 1602; D. Evangelista Bianco dal 1603 al 1627; D. Antonio “Palozio” dal 1628 al 1656; D. Francesco Antonio Blanco dal 1657 al 1685; poi si troverebbe D. Gabriele Cocuzza e seguono D. Raimo Bianchi dal 1710, D. Francesco De Medicis di Collelongo dal 1735 al 1784 e D. Francesco “Cocuzio” dal 1785 al 1802 (99).
  
Da ultimo la comparazione sistematica dei libri di battesimo e di morte permette un contributo alla storia demografica. Il movimento naturale della popolazione è un fenomeno statisticamente rilevante e storicamente significativo, che viene descritto con i dati relativi alla natalità e alla mortalità degli ultimi quattro secoli. L’elaborazione mette in evidenza i fattori demografici della comunità rurale che hanno alterato i rapporti secolari e provocato un fenomeno variamente articolato. L’unità di tempo è stata individuata nel ventennio e la selezione dei periodi, posti a confronto, è stata resa necessaria dalla disponibilità delle documentazioni parrocchiali (100). 
  
La prima tabella (in appendice al volume “Storia di Villavallelonga”) descrive i nati e i morti per ogni ventennio e precisa le relative medie annuali. In tutto il periodo considerato si registra un’eccedenza, in favore dei nati, che è massima nel 1885-1904 (+ 683), mentre è minima nel 1760-1779 (+ 120) e nel 1905-1924 (+ 144). Le differenze di media annuale (sempre positive) registrano le eccedenze medie di ciascun anno per il ventennio di riferimento e, se vengono poste in relazione con l’andamento della popolazione, che è in aumento fino al 1901 e in diminuzione fino ad oggi, con la sola eccezione del periodo fascista, rimandano ad una spiegazione che può essere trovata nell’influenza dell’emigrazione; infatti il fenomeno migratorio spiega la diminuzione della popolazione di fronte all’eccedenza dei nati sui morti (101).
La natalità e la mortalità crescono o diminuiscono di pari passo anche se in misura diversa; l’unica eccezione è rappresentata dal ventennio 1885-1904, quando si registra un incremento di nati e una contrazione di morti. Si può anzi osservare che fra nascite e morti diminuiscono assai più le seconde rispetto alle prime; la tendenza evidenzia il problema degli anziani che va di molto crescendo in questo particolare momento storico. 
La diminuzione delle nascite è invece da porre in relazione con la contrazione dei matrimoni, a causa delle scarse possibilità di lavoro, oltre naturalmente al mutamento di mentalità e all’emigrazione di molta forza lavoro.
La seconda tabella specifica la manifestazione annuale del fenomeno, ponendo in evidenza le punte massime e minime dei nati e dei morti registrati in ciascun ventennio. Inoltre sono indicati gli anni in cui si verifica un’eccedenza di morti sui nati. Il primo tipo di analisi consente di stabilire che nel 1892 si ha il più alto numero di nati (105) mentre nel 1601 si ha quello più basso; per i morti si ha il più alto numero nel 1873 (189) ed il più basso nel 1636. Infine l’indicazione degli anni con eccedenza dei morti sui nati consente di individuare i periodi in cui si è registrata una effettiva contrazione della popolazione. In questi anni l’incremento naturale è nullo, anzi al di sotto della crescita zero (che equivale alla parità di nascite e morti). 
  
Questo excursus fra dati e situazioni della popolazione locale ha permesso di verificare che i fattori demografici non sono neutri e, nell’arco di quattro secoli, seppure la tendenza del fenomeno si è variamente articolata, trovandosi oggi ai livelli fatti registrare nel 1600, si possono osservare un cambiamento ed una evoluzione dei rapporti secolari che sono in diretta relazione con le mutate condizioni storiche, sanitarie, civili, sociali e culturali.

 

Tratto dal libro "Storia di Villavallelongadel prof. Leucio Palozzi
 

 
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