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Assegnazione di terre, pascoli e miniere
Testi rivisti e parzialmente aggiornati dall’autore; si rinvia al volume per le illustrazioni, tabelle e documenti, note cartografiche e bibliografiche (di quest’ultime si mantengono i riferimenti per una prossima ristrutturazione

Nel quadro conoscitivo della popolazione locale assume una particolare rilevanza l’esame della natura e dell’origine stessa delle risorse, che sono essenziali per la sopravvivenza e incidono sulle condizioni di lavoro e di vita, riflettendosi nello sviluppo economico e nel progresso civile e sociale.
L’eversione del sistema feudale, che aveva conciliato l’interesse dei forti con l’ignoranza dei deboli, introduce rilevanti innovazioni nella assegnazione delle terre feudali ed i coloni, dopo un periodo plurisecolare, vedono soddisfatte le richieste di possesso e, dal lavoro, ritraggono il giusto raccolto. 
In tale quadro, le principali questioni riguardano la distribuzione delle terre feudali di Villavallelonga, la censuazione dei pascoli ai locati villavallelonghesi del Tavoliere di Puglia e l’assegnazione delle terre fucensi dopo il prosciugamento del Lago. 
 
Il primo documento, che ripartisce le terre feudali ai coloni, è del 5 luglio 1811. Il Sindaco Floriano Coccia, con l’approvazione del Decurionato, e Agostino Vittorini, agente del Barone Cesare Pignatelli, ex feudatario del luogo, compilano un elenco di 79 coloni che vengono introdotti nel possesso di vaste estensioni di territorio con il solo onere di pagare la decima sui terraggi, cioè la decima parte del raccolto annuo (decima poi affrancata) (18). 
Fra gli intestatari risulta una sola donna, Angela, la vedova di Ascenzo Coccia, mentre i coloni con le maggiori estensioni di terreno sono i seguenti: Cocuzzi Marc’ Andrea, Cirillo, Camillo e Cesidio; Lippa Modesto e Giovanni; Ferrari Leucio Nicola; Grande Leucio; Onorio di Gio: Curzio Bianchi; Tantalo Ferdinando e Tarquinio; Mastrella Francesco; Palozzi Giovanni e Giuseppe di Leucio Bianchi.
La maggior parte dei coloni ricevette in assegnazione estesi territori compresi in una sola contrada e soltanto alcuni si videro distribuiti in due o tre sezioni (19). 
Così, l’aspirazione al possesso privato della terra, conseguente alla rivoluzione francese, veniva ad essere soddisfatta, ma la consuetudine testamentaria di suddividere ogni appezzamento in parti uguali fra i vari eredi dà luogo al fenomeno della polverizzazione della terra, che impedirà l’esercizio di attività agricole razionali e determinerà il progressivo impoverimento delle coltivazioni. 
La terra non sarà più in grado di produrre secondo le reali possibilità e l’inevitabile sfaldamento delle famiglie contadine porterà all’abbandono delle coltivazioni; la patologia dei frazionamenti e il tradizionale attaccamento degli agricoltori alle pur piccole proprietà non mancherà di produrre riflessi negativi, sia nello sviluppo commerciale, sia sul piano dei rapporti sociali.
  
La natura del frazionamento e l’arretratezza della tecnica si osservano nel Piano di Angro e nella Valle di Amplero i cui terreni vengono sfruttati in fienagione ed a pascolo con un indirizzo colturale meno esigente, ma anche meno redditizio. 
Ad esempio, il territorio vallivo di Amplero comprende molte particelle appartenenti a 651 ditte, di cui 80 sono residenti a Villavallelonga e 571 a Collelongo (20).
Le proprietà dei villavallelonghesi, pari al 6% della superficie agraria complessiva, sono più polverizzate (m. 1000 contro m. 2000), ma meno frammentate (corpi di 1,5 per proprietà contro corpi 5) rispetto a quelle di Collelongo. La particella delle prime è poi di ampiezza media (m. 625) sensibilmente superiore a quella delle seconde (m. 350). Nel 1937 la zona agraria della Vallelonga (Collelongo e Villavallelonga) era divisa in 2648 proprietà, di cui ben l’80’% dei proprietari aveva una superficie con meno di due ettari frazionati (21).
Il problema del riordino territoriale, mediante la ricomposizione delle proprietà distribuite lungo la Vallelonga, è stato a lungo dibattuto, ma non ha mai trovato soluzione. 
  
La seconda questione economica, connessa al trapasso feudale, riguarda i proprietari di armenti e greggi, denominati locati del Tavoliere, che d’inverno, dopo il 25 novembre di ogni anno, conducevano il bestiame in Puglia pagando un fitto, detto fida, corrispondente al prezzo dell’erbaggio. Si trattava di una imposta fiscale che veniva riscossa all’ingresso dei principali tratturi, le cosiddette “dogane”, attraverso le quali si penetrava nel Tavoliere; i locati di Villa passavano a Pescasseroli e si immettevano nel Tavoliere attraverso la doganella d’Abruzzo (22). D’estate, invece, i naturali del luogo dopo il 24 giugno (festa di S. Giovanni) venivano ammessi al pascolo del bestiame nelle native montagne feudali, pagando la “fida” al feudatario locale. Tanto le partenze per la transumanza in Puglia, quanto i ritorni nella natìa terra determinavano nel paese un’atmosfera di magia, intessuta di grandi e frenetici preparativi, mentre la vita quotidiana sembrava sfuggire alla consueta monotonia degli altri giorni. 
In terra di Puglia, invece, quando i pastori prendevano la via del ritorno e giungevano all’orizzonte, presso il paese di Motta, i pugliesi erano soliti esclamare: « Le pecora stave alla Motta, è scurte cace i recotta ». 
 
In un elenco di locati del 1783, Villavallelonga (nel testo Villa Collelongo) viene compresa tra i principali centri armentari dell’Abruzzo Ulteriore 2 con 22 locati, mentre Collelongo ne fa registrare 18 (23). Questo dato statistico documenta la ricchezza del patrimonio armentario che ha inciso in modo rilevante sull’attività economica locale, di natura prevalentemente pastorale; infatti, assai scarsa era la disponibilità di terra da coltivare e modestissimo era il relativo reddito agricolo. Ovviamente, le difficoltà erano acuite dal sistema feudale, impositivo ed ingiusto, che aveva elaborato il concetto di « stretto bisogno ». 
 
Tra il 1806 e il 1817, la Puglia venne interessata dalle operazioni francesi di censuazione del Tavoliere e da parte dei locati, nativi di Villavallelonga , si presentarono le domande di assegnazione o di rinnovazione delle terre già utilizzate a pascolo. Eccone alcune: ne1 1816, Lupo Francesco ed Evangelista per le terre di Salpi in Montaltino; nel 1817, Mastrella Loreto e fratelli, Lippa Carlo e fratelli, Bianchi Francesco, Coccia Loreto e fratelli, Coccia Leonardo per le terre di Ordona in Grassano, mentre Lippa Luigi chiese di rientrare nella collettiva di Mastrella Mauro e Bianchi Francesco chiese di rinnovare i contratti di censuazione in Tressanti, presso la località di Cantone; nel 1819, l’istanza di rinnovazione fu avanzata da Coccia Leonardo, Cesidio, Michele, Sebastiano e Giovanni per le terre di Ordona in Grassano e di Posticchia di Fonte (24). Alcuni locati, proprietari di piccoli greggi con 50 o 100 pecore, si confederarono al fine di poter occupare insieme una intera masseria, come nel caso della collettiva di Mastrella Mauro. 
 
L’elemento fondamentale della locazione non era la estensione di essa, né la disponibilità di erbaggio, ma il cosiddetto “possedibile”, cioè il numero delle pecore di cui la locazione era stimata capace di contenere (25). Nel 1865 i locati hanno goduto della famosa legge sull’affranco ed ai villavallelonghesi sono state assegnate in proprietà le terre di Puglia già mantenute nel proprio possesso. Tuttavia, alcuni piccoli ex locati, a causa della lontananza del Tavoliere dalla terra natìa, si trovarono nell’impossibilità di mantenerne il possesso e di rivendicarne con il passare del tempo la legittima proprietà; così, dapprima le concessero in uso, ricevendone la decima parte dei prodotti raccolti, poi le posero in vendita, cedendole a basso prezzo. 
I pastori degli ultimi tempi, non più titolari di terre a pascolo, transumavano in Puglia, concedendo un taglio di lana al proprietario del pascolo, mentre il secondo taglio annuale rimaneva al pastore.
 
Nel secolo scorso e nella prima metà di quello attuale, lo sfruttamento di un’altra importante risorsa ha costituito motivo di grande interesse e di profondo travaglio locale. Fa seguito alla grande opera di prosciugamento del Lago di Fucino, il più grande dei laghi carsici italiani, con i suoi 155 Km., ed il terzo per estensione dopo il Garda ed il Maggiore. La trasformazione sullo stato dei luoghi è stata notevole ed altrettanto rilevanti sono state le conseguenze per i Centri ripuari e per i borghi ubicati nell’area montana che circonda la conca marsicana (26).
 
La Vallelonga, conchiusa dalle montagne e rinserrata dalle acque fucensi, si è vista aprire il fondovalle ed ha accresciuto gli scambi commerciali e le relazioni culturali e sociali. Il peggioramento delle condizioni climatiche, dovuto alla scomparsa delle acque che costituivano un modico serbatoio di calore, porterà alla estinzione dell’ulivo e alla mancata maturazione delle residue coltivazioni di vigneti e di mandorli, tanto da giustificare la “querelle” tra i sostenitori del prosciugamento e quanti chiedevano il ripristino di almeno una parte del lago per la scarsa produttività iniziale delle terre del Fucino (ancora fredde). La dibattuta questione si risolse in favore dei primi che più tardi vedranno confermate le proprie ragioni fondate sull’incremento della produzione e sul risanamento di tutto il territorio.
Il principe Torlonia, con decreto governativo del 21 novembre 1865, fu immesso nel possesso dei 14 mila ettari di terra sottratta al lago, ma i problemi della distribuzione e della concessione delle terre sollevarono non poche difficoltà (27) . 
 
Gli appezzamenti, con estensione di 25 ettari ciascuno, vennero assegnati alle famiglie dei notabili, che poi le concessero in subaffitto ai contadini locali e a numerosi coloni provenienti dalle Marche e da altre località. Presto si moltiplicarono a spirale le subaffittanze in particelle sempre più piccole e con fini speculativi, facendo propri i caratteri di un’agricoltura ancora a livello ancestrale e ponendo a carico dell’effettivo lavoratore della terra il peso dei guadagni dei notabili. Con il passare del tempo, sorsero le prime organizzazioni contadine e si diffuse la parola d’ordine: “il Fucino ai contadini” (28). 
Gli abitanti di Villavallelonga sono stati interessati alle prime assegnazioni, ma l’improduttività iniziale della terra spesso ne consigliò la rinuncia. Una nuova assegnazione li interesserà con la distribuzione delle terre ai combattenti del ’15-’18 che, sulla base dei carichi familiari, hanno ricevuto particelle di terreno, da 10 a 30 coppe. 
 
Infine un’ultima assegnazione verrà loro effettuata nei primi anni cinquanta, quando l’Ente per la valorizzazione del Fucino, costituitosi con l’esproprio dei beni fucensi della famiglia Torlonia e con la diretta assegnazione ai rispettivi affittuari, riconoscerà fondate le istanze di assegnazione delle terre da parte degli abitanti dei Comuni della fascia montana, compreso Villavallelonga. E ciò al fine di evitare uno squilibrio economico e sociale fra i Centri ripuari, in fase attiva di decollo, e quelli montani ancora in condizioni depresse (analoghe a quelle che in passato erano le condizioni del pescatore del Fucino) (29). 
 
Non meno rilevanti delle risorse del suolo sono quelle del sottosuolo rinvenute nel secolo scorso in più punti dell’attuale territorio di Villavallelonga. 
Nell’ordinamento del Regno delle Due Sicilie gli sfruttamenti di modesta entità erano lasciati alla libera iniziativa privata, ma i progetti più importanti erano subordinati all’assenso regio. 
Il primo documento che attesta la scoperta di alcune miniere si rinviene nella dettagliata relazione che il socio onorario Daniele Mascitelli presentò il 15 gennaio 1841 alla Società Economica del II Abruzzo Ulteriore (30) . 
L’esperto riferì le notizie topografiche di una miniera di ferro, situata in località Costa Rambaldo, e fece alcune osservazioni circa l’utilità della stessa. La miniera nei diversi scavi eseguiti si disponeva in regolari filoni inclinati verso la perpendicolare oppure a strati; la larghezza o massa del filone era variabile e la lunghezza misurava 32 palmi. All’occhio analitico del metallurgo la miniera si presentava di buona qualità sia nel metallo rossigno “guhr” che si trovava nelle fenditure e colorava le acque scorrenti del fossato di Rosa, sia per le tracce di terra nera e untuosa, la quale, al pari del quarto grasso, testimoniava la prossimità e la ricchezza dei filoni. Il ferro rinvenuto non era puro o vergine, ma mineralizzato e combinato, comunque di ottima qualità. Una difficoltà per lo sfruttamento era dovuta alle grandi pietre sotterranee, ma le mine avrebbero provveduto efficacemente. Si rilevava, inoltre, che il carbon fossile presente in più punti del locale territorio ricco di faggi, cerri, carpini ed aceri, soprattutto nel bosco detto Schiena d’Asino, confinante con la provincia Terra di lavoro, avrebbe fornito il necessario combustibile per l’alimentazione delle fornaci. 
 
Il Mascitelli osservava che nel regno minerale il ferro era il più utile dei metalli e, pur nella difficoltà del minatore che consumava la sua vita con ai fianchi lo spettro della morte, era comunque necessario prevedere l’uso delle strade rotaie di ferro. In conclusione, poiché il Regno delle Due Sicilie importava quel metallo dall’Inghilterra, dalla Svezia, da Brescia e da Subiaco, versando vistose somme, era utile accogliere la supplica che il sig. De Marzio aveva rivolto a Sua Maestà, perché riconoscesse gli scavi come opera pubblica e autorizzasse l’appropriazione dei boschi vicini per le provviste di combustibile. L’esperto metallurgo, nell’esprimere il suo parere favorevole, sottolineò la necessità di prevedere un compenso per il Comune di Villavallelonga e di richiedere l’intervento dell’amministrazione forestale per la limitazione e la regolarità dei tagli di legna. 
 
Un secondo documento di individuazione di altre risorse minerarie, scoperte in più punti di Villavallelonga, attesta la crescente attenzione economica che si andava dedicando a questa parte sud-orientale della Marsica (31). Tuttavia, dalla scientifica segnalazione delle risorse del sottosuolo al conseguente sfruttamento, si ponevano ostacoli di varia natura, come la mancanza di idonei collegamenti per il trasporto dei materiali estratti e la lontananza dalle sedi di raffineria. Il superamento di tali difficoltà di realizza solo dopo il prosciugamento del lago di Fucino che consenti la realizzazione della prima strada rotabile obbligatoria (32). La scoperta delle miniere non fu però pacifica, in quanto provocò l’insurrezione dei Lippa (in “C’era una volta un lago”). 
A cavallo del secolo scorso con l’attuale, si avviarono le attività estrattive e i minerali bauxitici, costituiti da ferro, alluminio e silice, furono trasportati dai locali possessori di carretti fino alla stazione ferroviaria di Avezzano, dove si trasportavano sopra vagoni diretti alla raffineria di Bussi sul Tirino in provincia di Pescara, provvedendosi in quest’ultima località all’estrazione dell’alluminio e alla produzione di mattoni refrattari (33).
Gli autocarri, poi, sostituirono i carretti, ma con il sopraggiungere del secondo conflitto mondiale le estrazioni furono sospese e mai più continuate.

 

Tratto dal libro "Storia di Villavallelongadel prof. Leucio Palozzi
 

 
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