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Risorgimento e brigantaggio
Testi rivisti e parzialmente aggiornati dall’autore; si rinvia al volume per le illustrazioni, tabelle e documenti, note cartografiche e bibliografiche (di quest’ultime si mantengono i riferimenti per una prossima ristrutturazione
Nel XVIII secolo alcuni fatti storici hanno assunto un rilievo fondamentale nel determinare un effettivo cambiamento di mentalità, sia sul piano sociale con la partecipazione al Risorgimento nazionale, sia sul piano personale con le vicende legate al fenomeno del brigantaggio.
Dopo la rivoluzione napoletana del 1799 i francesi riuscirono a impadronirsi del Regno di Napoli e spodestarono la dinastia borbonica. Nel 1806 emanarono le importanti leggi che liberarono le terre dal vincoli feudali, e ciò favori la formazione di uno spirito costituzionale e risorgimentale. 
Fuori dalle preoccupazioni e dalle turbative del periodo feudale si prospettava la liberazione dai despoti, ma anche dagli stranieri; si andava dicendo che era necessario “pulire le bestie dai lupi” e a tal fine si dovevano organizzare le vendite (associazioni), composte dai cugini (soci aderenti) e dislocate in una porzione di territorio denominata foresta. 
I cugini, meglio conosciuti come carbonari, per la ispirazione massonica e la probabile origine nei monti abruzzesi, avevano come obiettivo principale quello di ottenere la concessione della carta costituzionale. Il Re borbone, spodestato dai francesi, aveva finto un atteggiamento aperto nei riguardi dei carbonari, mentre Gioacchino Murat rifiutava ostinatamente ogni discussione. 
 
In tale quadro si organizzarono i primi incerti passi della Carboneria, che divenne operante fin dal 1810, ed il governo francese iniziò le persecuzioni sempre più numerose e violente. 
Una di queste repressioni venne condotta a Villavallelonga, dove le guardie francesi riuscirono a sorprendere i due più noti cugini locali: Cirillo Cocuzzi e Vittoriano Serafini. 
I due ricercati non si intimorirono, né si spaventarono per la spietata caccia dei soldati, ma, quasi giocando a rimpiattino, fra le case del paese, sorpresero alcuni militi e li percossero. Poi furono costretti a fuggire sulle montagne e si rifugiarono in segreti nascondigli, evitando il sopraggiungere dei rinforzi e sottraendosi alla cattura fino alla partenza delle forze militari (34). L’episodio attesta un iniziale focolaio del movimento costituzionalista, già dal 1810, e avvia la formazione di una vendita locale, composta da 16 aderenti.
I soci di Villavallelonga ebbero una funzione di rinforzo e furono aggregati alla più numerosa vendita di Collelongo denominata “I figli di Socrate”, di cui fu gran maestro Vincenzo Floridi con 35 aderenti . Analoga funzione venne svolta nei riguardi della vendita di Trasacco, denominata “Li forti del monte Carbonaro, una capanna sul monte con due uomini armati”, di cui fu gran maestro Egidio Calabrese con 71 aderenti (35). 
  
Dopo alcuni anni di sporadiche azioni si giunse alla prima coordinata sollevazione dell’Abruzzo. Nell’estate del 1814 si ordinarono larghe battute e molti carbonari caddero nelle mani dei militi regi, così, anche il già noto Cirillo Cocuzzi viene sorpreso nelle vicinanze di L’Aquila e catturato. Il villavallelonghese era un uomo tarchiato, ma agile e robustissimo; i polsi gli vennero legati con una stretta fune e, mentre lo conducevano in città, il prigioniero, sul punto dove la strada si stringeva tra due valli ed era difficoltoso continuare a camminare per tre di fronte, combaciò i pugni chiusi sulla nocca delle dita e, confidando sulla propria robustezza e sul favorevole luogo, all’improvviso allargò i polsi.
In un attimo la fune fu spezzata, le braccia si distesero facendo cadere, da entrambi i lati, la doppia fila di uomini posti al suo fianco. Il Cocuzzi si diede velocemente alla fuga senza che alcuno degli uomini rotolati giù nella scarpata potesse più raggiungerlo. Per la seconda volta l’ardente repubblicano riuscì a beffare i militi regi, che giammai lo prenderanno (36). 
Infatti, il Cocuzzi si spegnerà a Villavallelonga nel 1856, all’età di 81 anni (37). 
  
Sulla scia del moto abruzzese del 1814 la speranza di libertà animò tutto il meridione e si avanzò la richiesta di democratizzazione delle amministrazioni locali. La prospettiva repubblicana e federalista cominciò a farsi strada e si coltivò la speranza di una equa distribuzione delle terre. Infine, si auspicò la riduzione delle tasse e l’abolizione della coscrizione obbligatoria. 
I moti del 1820-21 e i successivi del 1831-33-37-41-48 vennero organizzati con tali motivazioni, segnando un periodo di grande convulsione sociale. Il governo vietò di ostentare la lunga barba e i cappelli di strana foggia, come pure l’uso di portare i capelli alla come mi pare; questi segni. consentivano l’individuazione degli “attendibili” che venivano iscritti nel famoso “Registro Misfatti”, quali aderenti alla causa nazionale del Risorgimento italiano. 
 
Gli uomini, però, trassero coraggio proprio dalla spietatezza con cui si tentava di soffocarne le gesta. Nel 1848 scoppiò la prima guerra di indipendenza e il 7° battaglione di fanteria insieme al 10° Reale Abruzzo dovette recarsi a combattere in Lombardia. La partenza sollecitò un “Prestito Spontaneo Nazionale” e fra le sottoscrizioni dei numerosi cittadini troviamo anche quelle dei villavallelonghesi Francesco Lippa, Angela Bianchi, Leonardo Coccia e Nicolangelo Coia (38). I contributi testimoniano la partecipazione alle necessità nazionali e l’adesione al disegno della patria unitaria e libera. Un capitolo di storia italiana che si chiude con la proclamazione del Regno e con il crollo di Napoli capitale delle Due Sicilie.
 
Intanto, però, si apre una nuova pagina di disordine e di sgomento, che delinea il fenomeno di reazione meglio conosciuto come il brigantaggio. 
La popolazione, sbigottita e affranta, fu spesso testimone di fatti briganteschi (rapine, vendette, uccisioni) e qualche volta venne costretta a fornire gli alimenti richiesti, con un comportamento che non può essere colpevolizzato, né confuso con atteggiamenti di connivenza. Tale situazione conseguiva al carattere plebiscitario delle annessioni al Regno d’Italia, avvenute senza effettive sconfitte di nemici, cosicché si rendeva indispensabile presidiare i territori con la guardia nazionale (39). Il presidio istituito a Villavallelonga era composto da una compagnia di 150 militi attivi con alloggio nei fabbricati prospicienti la canale medioevale (attuale piazza). Le pene capitali venivano eseguite “ntra l’orta” (40).
 
I banditi si annidavano nei fitti boschi e nelle impervie montagne della Vallelonga e da nascosti e sicuri rifugi scorrevano la campagna, ricattando e uccidendo. La popolazione non li vedeva di buon occhio, perché era costretta a lavorare i campi con il continuo terrore di incursioni irresponsabili; i pastori, non di meno, recando le greggi a pascolare sui monti, tornavano sempre con alcuni capi in meno e, se rifiutavano di pagare le taglie, i banditi uccidevano il bestiame (41).
 
Alcuni episodi hanno toccato nel vivo e sconcertato la vita locale. Il brigante Chiavone, al secolo Luigi Alonzi di Veroli ex guardaboschi di Sora, se ne rese interprete nel luglio 1860: con sei cospiratori, dopo aver saccheggiato alcune case di S. Vincenzo in Valle Roveto, sorpassò la giogaia dei monti e scese nella Vallelonga. A Collelongo il 18 luglio bruciò l’archivio e la sede comunale, poi si diresse verso Villavallelonga dove bruciò la Cancelleria e si impadronì di 29 fucili delle guardie nazionali, di altre armi e numerosa preda. Però il giorno successivo sopraggiunse una compagnia del 44° fanteria e 17 guardie nazionali partite da Avezzano. I militi regi, dopo aver individuato i chiavonisti, nascosti fra le montagne di Villa, li accerchiarono; ma i briganti seppero sfuggire all’accerchiamento, anche se dovettero abbandonare un loro uomo esanime sul terreno (42). 
  
La banda di Vincenzo Mattei, composta da 30 briganti, si rese responsabile di altre scorrerie che molestarono i paesi della Marsica e poi confluì nella più nota banda Chiavone, di cui il Mattei divenne luogotenente. Anche questi briganti si rifugiarono nella Vallelonga per il suo caratteristico isolamento che esige una attenta vigilanza soltanto sul fronte aperto della Valle. Il 19 agosto 1861 la banda Mattei scese dal monti e giunse a Villavallelonga, dove fece bottino di vettovaglie e denaro della casa pubblica. Questa volta le autorità reagirono con determinazione e, dopo ampie ricerche, molti briganti vennero catturati e fucilati. Fra gli ex aderenti della banda Mattei figuravano anche Gianunzio Bianchi, Giovannantonio Cocuzzi e Valerio Lippa, nativi di Villavallelonga, la cui fucilazione venne eseguita il 5 settembre dello stesso anno (43). Il 22 settembre la guardia nazionale riuscì a sorprendere in questi boschi un accolito disperso, tale Luigi Pacilli, ma gli arresti non sempre erano giustificati; qualche volta venivano eseguiti soltanto per reazione o con il pretesto di vendette private (44). 
  
Sulla dorsale dei monti tra la Vallelonga e la Valle Roveto ha operato anche la banda Capoccia che si aggiunse a quella di Chiavone e del Mattei che hanno reso tristemente famose le montagne di questi luoghi del 2° Abruzzo Ulteriore. Le azioni brigantesche si protrassero per più di otto anni, giacché il Borbone le favoriva con promesse e finanze nella speranza di riuscire a recuperare il trono reale. Nei primi tempi anche lo Stato Pontificio assicurava un rifugio agli scellerati spedizionieri fino a quando non fu chiaro che i pretesi legittimisti altro non erano che assassini e briganti. 
  
Nel 1870 la situazione poteva dirsi normalizzata e si apriva un periodo di pacificazione sociale e di progresso civile sotto l’unità di una stessa Patria.
La designazione di alcune contrade trae origine da questi fatti briganteschi. Sul versante della Difesa, a mezza costa, si trova ubicata la fratta del brigante, che doveva essere un ottimo punto di osservazione della Vallelonga per scorgere le manovre della guardia nazionale ed evitare sorprese. 
Nel profondo Vallone del Tasseto si trova la grotta del tesoro, la cui denominazione è certamente legata alla funzione svolta nel periodo del brigantaggio. Altre contrade sono invece entrate nella tradizione orale in relazione ad episodi o notizie della stessa natura. Sopra la fonticella, alle “Pèschia fracie”, si ebbe la cattura di numerosi briganti e il recupero di molte armi; al masso dell’uva spina fu nascosto un cospicuo bottino che, per quanti lo cercassero, non fu mai trovato, malgrado il masso fosse stato ridotto in frantumi nella speranza, di volta in volta, di trovare il presunto nascondiglio del tesoro.
La popolazione ha subìto il brigantaggio e spesso ha dovuto sottostare ai suoi ricatti. Nel luogo si racconta del sequestro di Marc’Andrea Grande che fu rilasciato dopo che i briganti ricevettero numerose provviste; la consegna delle vettovaglie doveva avvenire di notte, quando il mulo o l’asino, con gli zoccoli coperti di panni, usciva silenziosamente dalle porte del paese e si avviava all’appuntamento con il carico pattuito. 
  
Diversa fu l’esperienza di un contadino che lavorava la terra in contrada la Lanna: i briganti lo invitarono a mangiare una pecora arrostita al “pozzo degli otto” e poi lo rilasciarono con il preciso obbligo di non far parola ad alcuno. Sulla strada del ritorno il contadino affrettò i passi per rientrare in paese prima del tramonto, ma più correva e più aveva la sensazione che i briganti lo seguissero con la stessa andatura. Quando giunse a casa e la paura fu passata, egli poté stabilire che il rumore dei passi inseguitori altro non era che lo sbattere della tesa sul suo cappello, durante il cammino frettoloso e pieno di ansia.
Le esperienze costituzionaliste e risorgimentali, come pure i fatti briganteschi, hanno animato e caratterizzato la vita dell’Ottocento in questo borgo montano dell’area fucense; nella prima metà del corrente secolo si è invece avuto un cambiamento di esperienze che ha richiesto nuove prove di volontà e di coraggio agli abitanti del luogo.
 

Tratto dal libro "Storia di Villavallelongadel prof. Leucio Palozzi
 

 
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