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Loreto Grande
Testi rivisti e parzialmente aggiornati dall’autore; si rinvia al volume per le illustrazioni, tabelle e documenti, note cartografiche e bibliografiche (di quest’ultime si mantengono i riferimenti per una prossima ristrutturazione
L’opera di Loreto Grande si colloca in originale sintonia con la flora dei monti marsicani che, nella parte orientale della Vallelonga, si presenta in ogni ricchezza e con infiniti corteggi floristici. La celebrità della flora locale è veramente antica e già si rileva in Virgilio che duemila anni fa ne attestò il primo elogio: “Marsis quaesitae montibus herbae” (3). 
Un particolare attestato si ricava anche dall’analisi degli usi e costumi tradizionali che hanno indotto alla costituzione della cosiddetta “farmacia del buon Dio”, dove le erbe medicinali hanno occupato un posto di rilievo nell’intento di sollevare dalle preoccupazioni dolorifiche e di sostituire le medicine, un tempo introvabili, e poi riguardate con una certa diffidenza per le innumerevoli controindicazioni. 
Altrettanto significativi sono i toponimi che hanno tratto la propria origine dalla varietà degli esemplari floristici ed entrano a far parte della storicità del paesaggio umanizzato (4). 
 
L’opera di Loreto segna il passaggio dalle esperienze degli erboristi locali alla sistemazione scientifica delle conoscenze e dei reperti. 
Il problema della sua collocazione va risolto nel quadro della storia naturale che studia le forme e le funzioni dei vegetali per una evoluzione della scienza botanica, italiana e straniera.
Prima di rilevare il valore e l’importanza dei contributi del Grande è opportuno delineare, sia pur sinteticamente, un suo profilo biografico che ha tratti veramente originali e meritevoli di essere conosciuti.
Il 20 aprile 1878, da una famiglia fra le più solide e numerose di Villavallelonga, vede la luce un bambino che al battesimo viene chiamato Loreto, dal nome del nonno paterno, come è antica tradizione in Paese (5). Il piccolo Loreto fin dal primi anni evidenzia una straordinaria intelligenza e un acume eccezionale nell’osservazione della natura che il luogo di nascita gli offre con ampiezza di specie e infinita ricchezza di esemplari. I primi gradi di istruzione confermano queste capacità e la prosecuzione degli studi pone al Grande la prima difficile scelta della sua vita. 
  
La famiglia, in condizioni socio-economiche certamente mediocri, accetta con sacrificio il desiderio di Loreto, ma vorrebbe indirizzarlo verso gli studi ecclesiastici, perché meno onerosi e più sicuri, mentre gli studi pubblici esigono maggiori risorse ed una qualificata provenienza sociale. Invece, il Grande decide di iscriversi al ginnasio di Avezzano e manifesta i primi tratti della sua personalità: impegno per una libera finalizzazione degli studi, rifiuto dei condizionamenti esteriori, carattere volitivo e temperamento deciso, non disgiunto da una mente profondamente critica. Le difficoltà, però, non tardano ad arrivare e la sua è piuttosto un’avventura ed un continuo sacrificio.
Da Avezzano si trasferisce a Tivoli, dove un insegnante ironizza sul suo cognome e la reazione del giovane è tale da esigere un altro trasferimento, questa volta ad Arpino, dove termina gli studi liceali, concludendo in cinque anni un curriculum di otto anni (6).
  
La formazione giovanile anticipa l’indisponibilità per una vita di relazione fondata sulla rinuncia al compromesso; parimenti, evidenzia l’individualità sensibile, ma decisa, che gli procura amici o nemici, senza mezze misure, al di là di sfumature accomodanti o indifferenze irrilevanti. La sua filosofia sembra prendere le mosse dal pensiero lockiano che riserva a tutti la tolleranza, eccetto agli intolleranti, ed egli si pone in cocente contrasto con gli intolleranti ai quali rivolge le più dure critiche, reagendo anche in modo violento. 
  
Dopo gli studi liceali il Grande si iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli, dove la vivissima inclinazione per gli studi naturalistici gli procura l’amicizia del botanico Michele Guadagno che lo avvicina alle lezioni di botanica, seguite con molta attenzione e con grande entusiasmo. Nell’autunno del 1903, a soli 25 anni, Loreto manoscrive il suo primo lavoro scientifico, soffermandosi a volo d’uccello sulla flora del suo ignoto paesello e, nell’anno successivo, ne ottiene la pubblicazione dal titolo “Primo contributo alla flora di Villavallelonga nella Marsica”, che fornisce l’elenco di ben quattrocento piante ed appare sul « Nuovo giornale botanico italiano » (7).
La prima pubblicazione è come un sasso nello stagno ed il Guadagno lo consiglia di presentarsi all’Orto Botanico di via Forìa, dove il dirigente prof. Cavara lo tiene in prova senza compenso e, accortosi della competenza del giovane, lo comprende fra i suoi tecnici più apprezzati.
  
Il Grande opera la seconda importante scelta della sua vita: l’occupazione in gran parte procurata dalla pubblicazione sulla flora di Villavallelonga costituisce una risposta positiva ai suoi problemi esistenziali, ma la funzione tecnica, seppure remunerativa, lo distrae dal conseguimento del titolo accademico (8). 
La sua non è una rinuncia allo studio e alla fatica che esso comporta, ma una rinuncia al titolo che si pone in funzione strumentale per “far carriera” e non è in grado di assicurare la competenza e tanto meno di garantire la scienza. Una filosofia, dunque, schiva di opportunismi e incapace di falsare la produzione scientifica; egli nega ad altri la sottoscrizione dei suoi lavori e vaglia criticamente le opere dei botanici di fama nazionale e internazionale, riservando severissimi giudizi alla docenza universitaria e alla sufficienza di certa scienza (9). 
 
Apertamente manifesta profonde remore nei riguardi di una attività scientifica fondata su giudizi non documentati e non verificati; afferma la tenace volontà di proporre una critica saggia e costruttiva per evitare l’errore che si nasconde tra le pieghe di assurdi personalismi e di indebite presunzioni di rango. Con tali intendimenti il Grande pubblica ben 22 contributi scientifici nel periodo compreso fra il 1904 e il 1932, dall’età di 26 ai 54 anni, con lavori sulla flora mediterranea e con le famose rettifiche all’Index Kewensis che gli procurano l’attenzione di numerosi studiosi europei. 
Lo stesso Lord Jackson, celebre fondatore dell’Index Kewensis, gli invia una lettera in lingua latina e dichiara che, se anche per gli altri Paesi del mondo si fosse fatto ciò che il Grande aveva compiuto per l’Italia mediterranea, si sarebbe potuto pensare alla edizione di una flora universale. La lettera indirizzata al “Doctissimo viro...” costituisce un giusto motivo di orgoglio per Loreto e una denuncia delle disattenzioni pubbliche nei riguardi della ricerca e della scienza, la cui evoluzione, ben lungi dall’essere sistematica e continua, traeva alimento dai contributi volontaristici e individuali. 
 
La produzione scientifica si arresta a 54 anni, mentre copre ben 87 anni il corso della sua esistenza; negli ultimi 33 anni di vita, sempre lucidissimo e impegnatissimo, l’uomo di scienza, quale egli era, avrebbe potuto recare altri fondamentali contributi alla botanica italiana e straniera, mentre continua in silenzio il suo intenso e insostituibile lavoro. 
Nel 1940 già si avverte la sua assenza nella letteratura botanica del tempo ed i proff. Vaccari e Wilczeck ricorrono alle sue conoscenze e ne lamentano la morte prematura e le conseguenti perdite scientifiche (10).
Loreto lascia anzitempo l’Orto Botanico di Napoli per l’acuirsi delle incomprensioni con gli ultimi due dirigenti, il prof. Cavara e il prof. Longo, che mal sopportavano lo spirito fiero e indipendente del tecnico.
Una sua violenta reazione nei confronti del prof. Longo matura la decisione di tornare a quello che chiamava il suo ignoto paesello e nel 1942 si lascia dietro l’amarissima esperienza napoletana che pur aveva stimolato le sue prime acquisizioni scientifiche (11). 
  
Accanto alla scelta professionale del Grande merita di essere riguardata la scelta umana che gli fa conservare il celibato nel corso della sua vita. Questa condizione civile non è il frutto di una scelta aprioristica, ma consegue alle sue esperienze. 
Profondamente innamorato di una donna che abitava nei pressi dell’Orto Botanico di Napoli e incantato dalle melodie che suonava con il pianoforte, resta turbato dalla scomparsa di lei, colpita da una precoce tubercolosi che la strappa al mondo e a lui stesso (12).
  
Così il Grande torna a Villavallelonga e nel bagaglio delle esperienze prevalgono le vicende travagliate e le reazioni incontrollate che ingiustamente sminuiscono l’altissimo valore della sua opera; con il passare degli anni, quelle vicende e reazioni sono andate scemando, mentre resta e va crescendo il riconoscimento per le notevoli acquisizioni scientifiche.
La figura del pensionato ci fa conoscere l’impegno di Loreto nella vita civile e nell’amministrazione del Comune, la sua continua ricerca dei reperti floristici nel Parco Nazionale d’ Abruzzo ed, infine, il panorama delle animate discussioni a cui dava luogo dedicandosi al serissimo giuoco delle carte. 
Un primo appello alle sue capacità si verifica l’11 ottobre 1943, quando lo troviamo al fianco di Don Gaetano, l’altra insigne figura di Villavallelonga, nella comune difesa del paese natale per salvarlo dalla distruzione sentenziata da un comando tedesco (13). 
Con abilità il botanico ottiene la commutazione della sentenza di sterminio in decisione di razzìa; un meritevole riconoscimento gli viene proprio da Don Gaetano che di lui scrive: “è il vero liberatore della Villa” (14).
  
Il Grande assume le funzioni di commissario fino al febbraio del 1944 e poi torna ad amministrare il Comune dapprima come consigliere d’opposizione e poi come assessore alla campagna. L’esperienza del consigliere dai banchi dell’opposizione fa registrare serratissime critiche alla maggioranza e a nome dell’intero consiglio prepara interventi che mirano alla tutela del patrimonio naturale. 
E' famoso l’intervento dell’11 luglio 1953, pronunciato nella veste di consigliere e al tempo stesso di botanico e ispettore provinciale di erboristeria. Il Grande fa riferimento agli antenati e al patrimonio boschivo e zootecnico che ci hanno tramandato per appuntare la sua denuncia sullo scandalo di Valle Cervara, dove si verifica la falcidia delle piante, che egli chiama la strage degli innocenti, e dove si ritrovano le fonti della corruzione che egli individua in cani rabbiosi e lupi famelici ai cui morsi erano impotenti S. Domenico di Cocullo e S. Francesco d’Assisi.
Anche la splendida foresta del Tasseto era stata ridotta ad un campo per seminare patate e il popolo, di fronte all’accanimento delle ditte forestiere, non poteva che esclamare: “chi s’abbotta e chi non ne prova!”. Egli parla a nome di tutto il consiglio, dubitando che al suo interno vi fosse qualche giudeo e preavverte, in piena aderenza con il suo temperamento energico, che c’e sempre di mezzo il popolo e con gli umori di questo popolo non bisogna scherzare tanto. 
Loreto vuol evitare che il cuore del Parco sia ferito a morte e intende salvare le faggete, i querceti, i cerreti, i peri e i meli selvatici, le ceraselle dell’orso che costituiscono il mangime naturale di questo simpatico bestione, in modo che non succeda come per il cervo ormai scomparso dalla Valle Cervara (15). 
 
Per le critiche alla maggioranza, sempre accese e vigorose, si registra la replica di un esponente di maggioranza, il quale, insofferente per i rilievi espressi, significa al professore di parlare tanto, e con molto accanimento, ma di non avere nemmeno una laurea.
La reazione dell’anziano botanico non si lascia attendere: con repentina violenza egli punta il bastone sul naso dell’insofferente e precisa a viva voce che egli di lauree ne aveva “non una, ma ventidue”. Il botanico ovviamente si riferiva alle sue ventidue pubblicazioni scientifiche che lo hanno innalzato agli onori della scienza, mentre i titoli ereditari o i pezzi di carta fanno solo presumere il merito senza alcun riscontro effettivo.
 
Da amministratore egli arreca un apporto competente all’opera di ristrutturazione del territorio e dei servizi, tratteggiando strade, ponti e fontane, nell’intento di razionalizzare lo sfruttamento delle risorse naturali e di regolare i lavori agricoli e i tagli della legna. 
Il suo è un esempio di corretta amministrazione in ossequio agli interessi dell’intera comunità locale e, quando qualche piacere personale poteva essere fatto, i suoi parenti erano gli ultimi a poterne beneficiare. Il pensionamento, così come accennato non spegne la sete del ricercatore; il botanico continua ad osservare e classificare, né la flora immensa e varia che circonda il paese avrebbe mai potuto distoglierlo dalle sue raccolte e dai suoi studi (16).
 
A Pescasseroli vengono utilizzate le copiose raccolte del Grande ed il Parco può pregiarsi di un ricco ed ingente erbario; nel 1955 i proff. Anzalone e Bazzichelli, volendo compiere uno studio accurato sulla flora e vegetazione del Parco, ricorrono alla competenza di lui e si pongono alla sua ricerca. Lo trovano in un’osteria di Villavallelonga mentre gioca una partita a carte e soltanto dopo aver terminato inizia a interloquire con i gentili visitatori, passando, con incredibile lucidità, dal tressette alle definizioni latine delle entità floristiche rinvenute nel Parco. 
 
Il Grande partecipa le sue conoscenze inedite e accompagna i ricercatori in diverse escursioni, come documenta la foto dell’anziano botanico che viene inserita nella pubblicazione del 1960, dove gli autori fanno omaggio e testimoniano la competenza di lui. 
Il fondamentale erbario del Grande, dopo essere stato pubblicato, viene donato all’Istituto di Botanica dell’Università di Roma (17). In seguito alla riscoperta della sua competenza scientifica, il Grande decide di tornare a Napoli per salutare il prof. Giacomini, nuovo direttore dell’Orto Botanico; la pregevole descrizione di quest’incontro viene fornita dallo stesso dirigente:
« Un mattino del tardo autunno del 1961 una curiosa novità metteva a rumore l’Orto e l’Istituto Botanico di Napoli: un singolare personaggio, in abito oltremodo trascurato e dimesso, con l’aspetto tra l’alpigiano e il contadino, si era presentato all’ingresso di via Forìa e aveva chiesto ad alta voce, con piglio molto deciso, dando del tu a quanti incontrava, di entrare nell’Orto e nell’Istituto. 
Qualsiasi altra persona così male in arnese sarebbe stata invitata almeno a dare una motivazione plausibile, ma vi fu chi riconobbe subito il sopraggiunto e sparse la notizia quasi sensazionale: “è ritornato Loreto Grande!”. Era veramente uno strano ritorno, dopo venti anni di assoluto silenzio, mentre nessuno quasi più sapeva dove era e neppure se apparteneva ancora al numero dei vivi. Se ne era andato da Napoli in malo modo, intorno al 1942, scuotendo la polvere dai calzari, sdegnosamente, per sparire – lui così noto, non solo in Italia, ma anche all’estero per una validissima competenza scientifica – e svanire nel nulla. Tornava invecchiato, ottantenne, in abito poverissimo, simile quasi a un mendicante, ma con lo sguardo ancora vivido, penetrante, con piglio autoritario e familiare come tornasse da pochi giorni di assenza, misurando col passo pesante ma sicuro, da consumato camminatore di montagne, i viali dell’Orto Tenoreano. 
Più volte avevo pensato di andarlo a cercare là dove alcuni dicevano vivesse ancora, nel cuore delle montagne d’ Abruzzo, a Villavallelonga, villaggio appartato in una valle campestre e selvatica della Marsica, ai margini del Parco Nazionale: ma avevo dovuto sempre differire. Ed ecco che per un caso sorprendente Egli mi aveva preceduto ed era lì nell’atrio dell’Istituto con un fagotto informe sotto il braccio, e mi parlava ex abrupto con tono concitato di piante, di erborizzazioni, di critica tassonomica, come se riprendesse un discorso sospeso ier l’altro, come se rientrasse da una normale escursione botanica, come se nulla avesse importanza al di fuori delle sue piante e delle sue montagne.
Pareva venisse da un mondo libero dalle più comuni convenzioni, svincolato dalle più normali dimensioni di spazio e di tempo, pareva venisse a cercare l’unico aggancio con la tumultuosa realtà del mondo nostro, del mondo di una moderna grande città, in un Orto Botanico, forse perché soltanto in un Orto Botanico sperava di trovare chi sapesse intendere il suo linguaggio singolare e pittoresco, tessuto di esattissimi nomi latini di piante, pervaso talora da passionali reminiscenze umane, ben raramente avulse tuttavia da una dominante, incontenibile passionalità, per il mondo delle piante ». 
 
Il prof. Giacomini così presenta l’arrivo a Napoli di Loreto Grande ed il suo incontro con l’anziano botanico di Villavallelonga, ma poi descrive anche le sue personali reazioni:
« Quella mattina io mi accingevo a far lezione agli studenti di scienze naturali e biologiche; credo di ricordare che l’arrivo di Grande mi fece ritardare quella lezione. Entrando in aula, ritenni di dovermi giustificare, ma con la conseguenza di cui ancor oggi mi stupisco, perché in tutta la restante lezione non feci altro che parlare – e dovettero ascoltarmi con un certo stupore – di Loreto Grande, delle sue vicende, che conoscevo ormai da molteplici narrazioni, della sua divorante passione naturalistica, della sua fama scientifica e della sua poverissima, selvatica esistenza, e di quella sua paradossale fedeltà, selvaggia e incondizionata, ma proprio per questo pura, incontaminata, assoluta, a un ideale di conoscenza e di amore per la natura.
Forse l’emozione dell’incontro con Loreto Grande, mi fece dire anche qualche cosa di più: mi indusse a parlare della sufficienza, dell’orgoglio di certa scienza cattedratica, che non si ritiene mai abbastanza onorata e compensata, che si rivolge con molta degnazione a tutti gli altri mortali, che non sono giunti, che non possono giungere a tanta altezza, a tanto prestigio; e mi venne anche troppo facile il confronto con questo distacco, questa dedizione, accettata aspramente, senza concessioni, senza pentimenti da un Uomo semplice, ruvido, dall’intelligenza limpida, dal carattere inflessibile e adamantino » (18). 
 
Tale è il primo incontro con il prof. Giacomini, ma Loreto Grande è ormai agli ultimi anni della sua esistenza, lunga e travagliata, e il 5 luglio del 1965, all’età di ottantasette anni, trova finalmente riposo e pace nel suo paese natale (19). 
Lascia ai vivi il ricordo di un’esperienza che combatte l’opportunismo e l’arrivismo dei più forti e dei più furbi, ma anche così ricca dei valori di indipendenza e di libertà che ben si addicono, anzi, sono indispensabili all’uomo di scienza, quale egli è stato. Il Cianciusi, nel ricordare il centenario della nascita dell’insigne botanico, ha riferito le parole del Croce sull’archeologo Mancini del vicino Collelongo ed ha osservato che la descrizione aderisce perfettamente al Grande, il quale è ritenuto « di molta valentia, assai stimato e direi temuto per la sua severità e scontrosità... uomo rettissimo, disdegnoso, fiero tuttoché poverissimo »; infatti, strepitava come un’ aquila, se solo qualcuno l’avesse contraddetto, vestiva abiti modesti e calzava scarponi indispensabili alle sue escursioni, da montanaro schietto ed austero (20).
 
Il Grande è incapace di risolvere le molte deviazioni a cui va incontro la natura umana e contrasta in modo autentico ed originale gli individui che se ne fanno portatori al contatto con la sua persona, ma come botanico egli risolve con grande intuizione ed altissima scienza il problema dei rapporti tra l’uomo e la natura, fra l’intera umanità e la totalità del mondo fisico (21-22). L’ignoto paesello, come Loreto usava chiamarlo, ha voluto onorarlo e consegnarlo alla storia locale, intitolandogli la circonvallazione orientale (strada sotto la costa), a ricordo della sua figura di naturalista. 
Loreto non è uno studioso che possa essere dimenticato, né la sua opera seppellita, ma i semi da lui gettati possono germogliare in un orto botanico alla cui istituzione si è posta mano per far conoscere la scienza naturale dal Grande ampiamente onorata. Ivi, sulla sommità di Colle Quaresima è stato collocato un suo busto in bronzo, perché le future generazioni possano trarre il miglior insegnamento dalla figura e dall’opera del botanico illustre. 
 

Tratto dal libro "Storia di Villavallelongadel prof. Leucio Palozzi
 

 
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